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Fare bene si può, perché non farlo

Tempo di lettura: 7 minuti

Fare bene si può, perché non farlo

Buona progettazione, ricerca, formazione, sicurezza, normative adeguate, qualità e conseguente durabilità del prodotto. Questo è il modo per un costruire che sia davvero sostenibile, perché solo se le opere durano nel tempo possono dirsi realmente sostenibili

C’è la necessità di proclamare il bisogno di formazione tecnica per il mondo delle costruzioni, che è evidentemente povero di nozioni e privo di ogni concreta consapevolezza. Dobbiamo investire massicciamente e intelligentemente nella “scolarizzazione”. In Francia e in Germania gli Istituti tecnici sono un pilastro importante del sistema educativo. Anche qui andrebbe riservata particolare attenzione a essi.

Perché in Italia ciò non accade?

La parte migliore del settore delle costruzioni ha sete di cultura. Ha sete di professionalità. Data questa premessa, alla scuola il compito arduo di formare l’uomo. Ai tecnici e agli imprenditori la sfida di forgiare, con la scuola e partendo dall’uomo, il lavoratore di un mondo e di un tempo nuovo, che guardi anche alla sostenibilità. Scuola e impresa sono chiamate a disegnare un percorso educativo che combini una specializzazione “on site”, oltre che sui libri. È necessario promuovere una formazione che sappia creare un professionista che sia in grado di progettare, di produrre e controllare il calcestruzzo. Serve una formazione che sia anche utile per affacciarsi al mondo del lavoro.

Perché questo non accade? Perché il mondo della scuola permette con riluttanza l’accesso delle aziende?

A 19-20 anni, un ragazzo/uomo dovrebbe essere già in grado di lavorare, si fanno lavori umilianti da stagisti sfruttati. Perché invece è costretto a tirocini umilianti fino a 35-40 anni? Massimo a 28 anni si ottiene una laurea magistrale.
Perché si deve arrivare ai 40 anni prima di essere un professionista affermato e quindi poter essere in grado di costruirsi una famiglia?
Perché non viene data la possibilità di avere un’attività tirocinante, formativa e professionalizzante durante il periodo di studi? Attraverso un progetto di collaborazione ben strutturato, possiamo garantire ai giovani le competenze e le opportunità necessarie per un futuro professionale di successo, contribuendo al contempo alla crescita e allo sviluppo economico della nazione e, nell’ottica dell’eco-responsabilità, dotandolo di costruzioni veramente durevoli.
Perché, ad esempio, nei corsi universitari la tecnologia del calcestruzzo non si insegna più? I giovani ingegneri, che pur si laureano acquisendo una formazione qualificata, conoscono il calcestruzzo unicamente attraverso una sigla. E quindi conoscono del calcestruzzo solo un aspetto.
Perché all’Università non si coniuga la teoria con pratica?
Perché non si dà continuità nell’insegnamento tra tecnologia dei materiali e modalità costruttive?
Perché Confindustria, con il contributo economico e materiale ricevuto dalle aziende che rappresenta, non si adopera per strutturare una scuola del lavoro? Questo, del resto, è un tema che non riguarda esclusivamente il mondo del calcestruzzo e la scuola per geometri, ma è un tema generale. E interessa anche le università.

On. Corrado Clini, Dott. Massimo Lucidi (Presidente della Fondazione E-novation)e Geom. Silvio Cocco (Presidente IIC)
On. Corrado Clini, Dott. Massimo Lucidi (Presidente della Fondazione E-novation) e Geom. Silvio Cocco (Presidente IIC)

Perché in Italia non abbiamo una sorta di SUPSI (la Scuola Universitaria Professionale riconosciuta dalla Confederazione Svizzera) che possa concedere al neodiplomato una qualifica che gli consenta un immediato accesso al mondo del lavoro?
Il calcestruzzo è la spina dorsale di tutta la nostra edilizia, di tutte le nostre opere pubbliche. Materiale cruciale la cui qualità – che significa sicurezza e durabilità e, dunque, sostenibilità – deve essere una priorità per tutti. Il progetto va cucito, deve essere un’opera sartoriale, e deve anche prevedere tutto (anche gli imprevisti). Deve essere evolutivo, fatto su misura della vita utile dell’opera. Accade così in alcuni Paesi come, ad esempio, Svizzera, Germania e Olanda.
Perché non accade anche da noi? È solo dal progetto perfetto che può crearsi un prodotto perfetto.
Oggi, negli studi di progettazione, si lavora sulle specializzazioni profonde. Ma perché, allora, accanto al progettista non opera quasi mai la figura del tecnologo del calcestruzzo? Il tecnologo del calcestruzzo è il professionista in grado di progettare il materiale in tutte le sue caratteristiche ed eseguire tutti i controlli necessari in fase di preparazione e posa in opera. Abbiamo, purtroppo, una consacrata abitudine al “non controllo”, laddove, invece, il controllo dei materiali, condizione funzionale alla definizione di sicurezza strutturale, è un’attività vitale per laboratori, direzione lavori e collaudatori.
Come faccio a garantire in modo certo che il prodotto che controllo sia proprio quello che andrà a costituire ponti, gallerie o edifici? La questione tocca nel vivo la grande responsabilità delle Direzioni Lavori, che oggi possono avere un supporto rilevante dalla tecnologia e dalla digitalizzazione.
La figura del direttore dei lavori dovrebbe presenziare, come previsto dalla norma, su ogni operazione di getto, redigendo verbali di accettazione.

Perché, nella maggior parte delle volte, è, invece, assente? Perché il controllo, nella maggior parte dei casi, è demandato all’autista delle autobetoniere o, al massimo, al capocantiere?

È necessaria un’azione che preveda il potenziamento della figura del Direttore Lavori in un’ottica votata a una maggiore rigorosità nei controlli. Cultura e tecnologia sono, insieme ad altri, fattori imprescindibili per arrivare a ottenere qualità e durabilità. È grazie
all’industria che diventa possibile tradurre in ottima pratica di cantiere il lavoro della ricerca, dello sviluppo e del progetto su un materiale in continua evoluzione come il calcestruzzo. Produttori virtuosi, per fortuna, ne esistono molti. C’è, tuttavia, ancora un problema di limitata efficacia normativa. Le linee guida dicono, ad esempio, che il calcestruzzo deve essere prodotto in stabilimento, ma qui si fermano.
Prodotto come, da chi, con quali controlli? Oggi, il calcestruzzo, in rari casi progettato, è prodotto con materie prime di dubbia certificazione, in impianti anch’essi di dubbia certificazione, da professionalità con lacune di conoscenze. Alla consegna in cantiere i controlli effettivi di conformità sono merce rara così come la correttezza esecutiva (verificata di rado). Il risultato: dopo breve tempo emergono i problemi. Questa non è sostenibilità del costruire.

Perché questo accade?

Sono stati condotti studi e ricerche sulla materia, e ci sono stati anche alcuni cantieri virtuosi. La strada per diffondere questa buona pratica, tuttavia, è tuttora bloccata. Tutti gli studi hanno certificato che la costanza di prodotto garantita dalla mescolazione è un fattore primario di qualità, di ripetitività e di omogeneità dei getti (e quindi di sostenibilità), pur non essendo ovviamente l’unico. Il mescolatore è un’attrezzatura fondamentale per correggere eventuali errori, anche dopo la prima produzione, una possibilità non concessa alle ben più diffuse betoniere a secco.

Dott. Duilio Giammaria (Giornalista RAI), Dott. Massimo Lucidi (Fondazione E-Novation), Geom. SilvioCocco (Presidente IIC), Prof. Enzo Siviero (Rettore eCampus)
Dott. Duilio Giammaria (Giornalista RAI), Dott. Massimo Lucidi (Fondazione E-Novation), Geom. Silvio Cocco (Presidente IIC), Prof. Enzo Siviero (Rettore eCampus)

Ma allora perché i certificatori certificano anche impianti senza mescolatore?

È stata rilasciata, infatti, la certificazione FPC (ossia il controllo di produzione in fabbrica del calcestruzzo) a tutti gli impianti di betonaggio, anche a quelli che non avevano i requisiti per ottenerla, con l’impegno che, entro un anno, tali impianti si sarebbero messi in regola. Oggi gli impianti sono rimasti come erano allora, vale a dire senza i requisiti adeguati, ma tutti hanno il certificato FPC.
Perché non è stato dato un anno di tempo per mettersi in regola e poi ricevere la certificazione? Chi ha rilasciato la certificazione FPC a un impianto senza mescolatore si è chiesto come si possono eseguire i prelievi per i controlli di qualità e per le eventuali correzioni, durante il processo produttivo?
L’impiego del mescolatore, peraltro, è stato adottato in tutti i Paesi del mondo. Da noi, invece, no!
Perché l’Italia è rimasta l’unico Paese al mondo dove negli impianti di betonaggio non è previsto il mescolatore? Come è possibile, del resto, garantire
il controllo di produzione in fabbrica se, di fatto, il calcestruzzo non è prodotto in fabbrica?
Perché le operazioni finalizzate a garantire la tracciabilità dei campioni di calcestruzzo non sono ancora diffusissime? Sarebbe una pratica che, se diffusa
e massiva, darebbe maggior credibilità all’intera filiera. Nel nostro Paese, a parte alcune incompletezze, gli strumenti normativi esistono. Esiste, infatti, una marcatura CE sugli aggregati, una certificazione degli impianti di betonaggio, un sistema di controllo sui cementi, etc.
Perché non esiste, invece, un’autorità che eserciti una rigorosa sorveglianza sull’applicazione delle norme?
Oggi il mercato offre anche la possibilità di acquistare cubetti a qualsiasi imprenditore che si sia “dimenticato” di confezionarli al momento. La mancanza di qualsiasi tipo di tracciabilità permette questo. Perché? Questa Autorità dovrebbe imporre la formazione di nuove figure da avviare al mondo del lavoro – come il Tecnologo del Calcestruzzo, abilitato ai controlli, alla certificazione e alla Responsabilità della Qualità dell’impresa – creando nuovi posti di lavoro,
oggi occupati da persone senza alcuna qualità certificata. Con l’introduzione della carbon tax accade di dover pagare il 25% in più sulla produzione del cemento con, in cambio, un cemento poco performante.

Perché in nome della lotta alla CO2 sono stati improvvisamente tolti dal mercato i cementi più performanti, tipo il 52,5 (tipo 1) e il 42,5 (tipo 1), e negli altri cementi si è passati dalla tipologia A alla tipologia B?

Questi cementi sono quelli con il maggior contenuto di clinker. Togliendo questi cementi si abbassa il contenuto di clinker. Abbassando il contenuto di clinker si abbassa la CO2, ma, in realtà, con una mal riposta idea di rispettare l’ambiente, in questo modo si declassa la qualità del cemento e la conseguente durata delle opere. Se si utilizzano cementi con meno clinker i produttori di calcestruzzo sono obbligati ad aumentare i dosaggi e a rivoluzionare gli additivi in uso, per avere pari prestazioni finali. Perché non viene evidenziato anche questo fattore? Perché non si è lasciata la disponibilità sul mercato anche dei prodotti performanti sopra citati, semplicemente aumentandone il prezzo? Perché non si è lasciata la possibilità di scelta all’utente, al progettista e al committente su quale cemento utilizzare?

Perché si è instaurata una premiabilità durante le fasi di appalto per le imprese che utilizzano materiali da riciclo tipo gli aggregati per il calcestruzzo (condizione che ha indotto un incremento del prezzo del riciclato, che oggi ha raggiunto e, in alcuni casi, sorpassato, il prezzo dell’aggregato “buono”) e non una premiabilità per chi, ad esempio, utilizza un mescolatore? In nome della protezione dell’ambiente si sono ridotti i permessi per l’apertura di cave. Questo fatto incoraggia l’impiego del riciclato. Siamo sicuri, però, che così facendo si protegga davvero l’ambiente? Un calcestruzzo serio non può avere aggregati riciclati.
Ci sono molteplici possibilità di impiego dell’aggregato riciclato, perché, quindi, si è promosso il suo impiego anche nei calcestruzzi strutturali?
Perché si concedono sempre meno i permessi alle cave per eseguire l’attività estrattiva?
Perché davanti a una norma che impedisce di impiegare aggregati con assorbimento superiore all’1% si autorizza e si premia l’impiego in percentuali fino al 10% di aggregati che hanno un assorbimento superiore al 15%?

Perché siamo certi che nelle cave ci siano tutte le necessarie competenze per certificare correttamente gli aggregati? Esistono le certificazioni che riguardano gli aggregati riciclati, ma non esistono i controlli sul loro impiego. Perché? Come si controlla, oggi, la quantità effettiva di aggregati riciclati immessi nel calcestruzzo? La fase di gestione del controllo qualità richiede professionalità, pianificazione e senso di responsabilità.
Perché il Responsabile della qualità di un’impresa è, invece, troppo spesso l’ultima persona assunta, e quindi è una figura senza nessuna preparazione specifica?
Perché per le perizie in tribunale viene nominato come CTU un tecnico generico? In considerazione delle innumerevoli cause in atto, perché il tribunale non instaura un albo di periti specializzati nel settore del calcestruzzo? Nonostante la sostanza sia il centro di riferimento di ogni cosa, sia il vero senso della ricerca, sia l’unica forma di Concretezza.
Perché è diventata così importante solo la Forma?
Perché possiamo definire un prodotto green semplicemente comprando certificati/titoli equivalenti di CO2 non emessa o assorbita?
Perché si tende a prestare più attenzione ai pericoli della CO2 rispetto a quelli di un’infrastruttura progettata male?

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Dalla stesura degli atti del Castello di Rivalta alla rilettura a Washington DC a pochi isolati dalla Banca Mondiale, realizzo un formidabile viaggio spazio-temporale. Carico